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La Morte beve Tequila - Capitolo Secondo

Capitolo secondo, ovvero La Morte beve Passito


Continua dal Capitolo primo
Mai. La Morte non si ubriaca mai mai mai. Perché non è possibile. Dopotutto, come si può pretendere che uno scheletro si sbronzi?
Non esiste nessun alcolico in grado di indurla all’ebbrezza. Nessuno.
Tranne uno.
Il Passito di Pantelleria.
Sollevo la bottiglia di Sceccu d’Oro – conservata gelosamente per le occasioni speciali, e credo che la morte di un amico lo sia - sopra le nostre teste, attirando la disapprovazione del mio scheletrico ospite.
“Dai, è per Daniele” tento di convincerla, “dopotutto mica morirà un’altra volta”.
Per quanto zombi, chiamato in causa il mio amico non può fare a meno di toccarsi le palle.
“Solo un sorso, coraggio…”, rincaro.
La sua mano ossuta si protende verso il bicchiere ambrato dai riflessi del Passito, e lo afferra con malcelato nervosismo. “Bada bene, solo un sorso”, tenta di intimidirmi.
Trentadue sorsi più tardi, la Morte è stesa sul pavimento del salotto e si rotola per le risate.
“E allora io… uhuh… l’ho fatto morire soffocato dai suoi stessi gas instest… intestinali… uhuhuh…”.
Vederla ubriaca è uno spettacolo più patetico di quanto si possa immaginare. Con la terza bottiglia di Sceccu d’Oro fra le mani, ormai semivuota, perde qualsiasi ritegno e si rovescia il cappuccio rivelando il suo capo completamente bianco e pelato. La calvizie è qualcosa di cui si vergogna tantissimo, normalmente. Ma da ubriaca no, neanche se ne rende conto.
“Mi ricordo un poeta… gh hh g… che una volta mi definì Nera Mietitrebbia” Fa fatica ad andare avanti. “La cosa mi infastidiva… la cosa mi infastidiva e allora io, che me l’ero legata al dito, una notte gli sbuco davanti e dico: E checcazzo sarei io, un nuovo modello di tosaerba? Pfffft… Avete capito, di tosaerba!”.
Patetico, dicevo.
Accosto la bocca all’orecchio di Daniele, che nel frattempo si è un po’ ripreso dalla tequila e dal suo decesso, e sussurro: “Tienti pronto”.
È questione di sorsi, del resto. Ancora pochi e, come a sottolineare la differenza fra uno e quarantuno, la Morte cade addormentata con la zucca calva appoggiata al divano. Rimetto in piedi il mio amico e, dopo averlo abbracciato forse per l’ultima volta, gli apro la porta raccomandandogli di andare via lontano, facendo perdere ogni traccia di sé. Lui mi guarda con gratitudine e, senza dire una parola, si allontana per le scale e per il mondo.
La nostalgia cigola alle mie spalle, mentre la richiudo, e mi fermo a considerare che tutto sommato sono in grado di cavarmela in qualsiasi situazione.
Com’è che faceva quella canzone da discoteca?
Un po’ mi sento in colpa mentre osservo quello scheletro sbragato in mezzo al mio salotto, in preda ad una sbronza narcolettica da Passito. Gli tiro uno scappellotto affettuoso rovesciandogli il teschio in avanti.
Mi tolgo le scarpe che, forse per la tensione, non avevo ancora osato levarmi di dosso nonostante sia a casa da un pezzo. Raccolgo le due bottiglie vuote da terra e mi dirigo verso la cucina.
Quasi faccio un salto all’indietro quando sento, inconsistente come il nucleo stesso della vita, il sussurro della Morte alle mie spalle: “Pensi che non me ne sia accorta, eh?”.
Rimane immobile, come se stesse ancora dormendo. A capo chino.
Bene, e ora cosa succederà? Mi preparo al peggio.
“Per questa volta me l’hai fatta… amico”. È strana l’inflessione con cui pronuncia quest’ultima parola.
“Ma prima o poi… verrà davvero il suo turno, lo sai”. Sì, lo so. Tenta di proseguire: "E anche il tuo...".
Ora dorme per davvero, ne sono sicuro.
Recupero una coperta e gliela sistemo sopra cosicché non senta freddo, questa notte.
Spengo la luce e me ne vado a dormire.
Avviso: leggere questo fumetto causa alitosi permanente.
E sì, è già troppo tardi.

Cementino & Golosino (c) 2004/2006 -Enrico Clementel & Marco Agustoni - Articles by Carlo Mario Centemeri

Per gli insulti misti:
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