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Winter tales - Part II

"Ma non durò molto" - ruttò Logo mentre rimetteva la birra sul bancone dopo una lunga sorsata.
"Perchè dopo il freddo venne il caldo e cambiarono le cose, cambiò il lavoro, le abitudini, le programmazioni delle serate e tutto quanto il resto. Il ripensare al freddo era del tutto irreale, non aveva un gran senso. Senonchè il freddo era tornato, ma a tradimento. Dopo un autunno che sembrava Maracaibo, a gennaio era arrivata la neve, che aveva mandato in palla tutti, infatti la sera della nevicata solo a uscire dal parcheggio ci avevi messo tre ore. Figurati tu a tornare a casa. E neanche 48 ore dopo l'arrivo di quel freddo becco che ti aveva obbligato a gettarti nell'armadio della roba pesante che manco Cousteau ce l'avrebbe fatta a pescare così tanta roba, neanche 48 ore, capisci quanto cazzo sono 48 ore? Non sono un cazzo 48 ore, rieccola.
Ma porca Eva. Che peraltro costituiva una clamorosa gaffe, anche se non te lo ricordavi più.
Ed era ricominciato lo show. Acci, e anche un po' denti.
E lo show era finito nel caldo e nello sbiellamento più totale, roba da palle sull'incudine, e quando finalmente quello stramaledetto freddo era tornato, li mortacci sua, era ormai una notte di giugno e aveva piovuto da matti e tu eri in maniche di camicia e c'erano dieci gradi ed erano le quattro del mattino e porca di una troia lurida stavi tornando a casa mentre il freddo penetrava nelle ossa come la banda bassotti nel deposito di paperone. Solo che quella volta eri da solo, "come un cane in chiesa che tutti prendono a calci" (cit.). Cazzo".
Logo era visibilmente in sbattimento, forse era la terza pinta di birra che faceva effetto, fatto sta che erano dieci minuti buoni che non ruttava mentre parlava, il che era sintomo del fatto che era di umore girato. Quando non è di umore girato, Logo rutta sempre. E quindi c'era un po' di empasse da sciogliere, che prontamente sparì mentre lui puntava diritto alla porta del cesso. Ogni tre birre, puntuale come le tasse.
"E' libero questo sgabello?"
Cazzo, se era bella.
"Me la offri una sigaretta?
Bravo. Complimenti, bella figura di palta, non hai neanche riavvolto il mento dopo la prima domanda che già devi rispondere alla seconda. Menomale che mi era bastato mettere la mano in tasca e tirare fuori le Camel lights e l'accendino. Ne aveva presa una e l'accendino e se ne era andata fuori a fumare, lasciando la porta aperta, e favorendo quindi il transito di pinguini attraverso la porta.
"E chiudi quella porta, cazzo!" aveva urlato il vecchio un'altra volta. Il vecchio, che personaggio. Sa solo imprecare contro la porta. Non ricordo di avergli mai sentito dire altro.
Intanto lei era rientrata dopo la sigaretta e aveva chiesto una rossa media al banco, Logo si era rimesso a rompere gli zebedei sul freddo porco che faceva e chi cacchio aveva lasciato aperta la porta. E il vecchio aveva detto per la prima volta una frase di senso compiuto:
"ma perchè non la pianti e te ne vai in Liguria, che lì fa caldo?"
Al che era seguita il silenzio, perchè il sentire dire al vecchio la bellezza di 15 parole di senso compiuto di fila che non fossero "E chiudi quella porta, cazzo!" ci aveva lasciato un po' spaesati.
Al che avevamo risentito la sua voce: "Si, in Liguria fa caldo, me lo diceva mia figlia ieri".
Chissà come mai fa sempre effetto sentire una bella figliola che ti dice di avere prole. Ti fa sentire vecchio? Te la fa apparire più vecchia di quello che è? O forse è solo l'innegabile certezza che qualcuno se l'è già trombata, il che lascia sempre un po' in disarmo il maschietto quadratico medio? Lo stream of consciousness della mental saw continuava, e perciò anche lei poteva continuare a parlare.
"Mi ha chiamato ieri, eleonora. Sarà un anno che non la vedo. Da quando è morto suo padre, pora stella. Io sono tornata a Milano, non me la sentivo di continuare da sola a fare l'acrobata di strada. E poi era lui... la star".
Le ultime parole erano state intervallate da un lungo sbadiglio che aveva diffuso vapori alcoolici per tutto il locale. Aveva bevuto parecchio la ragazza, anzichenò. Al che cominciammo a disinteressarci di quello che diceva. Ma raccontava di Elsinor e di Goteborg, di Amburgo e di Gibilterra, di Barcellona e Istanbul con una tale dovizia di particolari che quello che diceva non l'aveva certo letti sui libri. Sbronza, sbronza come una mina. Ma solo con le porte della percezione spalancate e il fiume dei ricordi che sembrava il Gange nella stagione delle piogge.

*Ta*TaTaTa*TaTaTa*TaTaTa*
TaTaTaTaTaTaTaTaTaTaTaTaTa*Ta
*Ta*TaTaTa*TaTaTa*TaTaTa*
TaTaTa*TaTaTa*Ta*Ta*Ta*Ta*
"E rispondi a quel telefono, cazzo!"
TaTaTa*TaTaTa*Ta*Ta*Ta*Ta*
(Finalmente riconoscevamo il Vecchio!)
Una tizia con i capelli corti nerissimi e che mi aveva colpito molto per i suoi occhioni azzurri frugava disperatamente in una borsa di finto Prada ed estrasse un Nokia blu.
"Pronto? Pronto? MA SI PUO' SAPERE DOVE *£$%& SEI?" urlava come un'ossessa mentre percorreva i tre metri che separavano il bancone dalla porta, ovviamente sotto gli occhi attenti di tutti.

(2 - continua)

Avvertenza: questo sito è interamente pubblicato in francese. Se tuttavia ad una lettura superficiale ti sembrasse scritto in italiano, ebbene significa che non sai le lingue.

Cementino & Golosino (c) 2004/2006 -Enrico Clementel & Marco Agustoni - Articles by Carlo Mario Centemeri

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