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!-- cente 2005-03-20 //--


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Non hanno piu' vino!

Da tempo immemore si dibatte sulla moralita' o meno dell'assunzione di bevande alcooliche in quantita' elevata, particolarmente in relazione al fatto che le medesime procurano logicamente stato di ebbrezza.

E' universalmente noto come questo fatto possa comportare problemi di rallentamento dei riflessi, di scarsa lucidita' o di annebbiamento della vista; ne consegue in modo immediato che questo comporta l'interdizione a tutta una serie di attivita', come la guida di veicoli, la manovra di macchinari oppure lo svolgimento di incarichi di responsabilita'.

(Senza troppi giri di parole, chi guida ubriaco e' un deficente, non c'e' dubbio.)

D'altra parte, a queste conclusioni ci si arriva con banali ragionamenti, non c'e' bisogno di essere un genio.
Viene pero' da chiedersi come mai si consideri in modo immorale l'essere in stato di ebbrezza in situazioni di sicurezza, ad esempio durante una bella serata tra amici (in cui non si dovra' guidare) o durante una vacanza, oppure in situazioni analoghe, in cui si vuole scacciare la realta' per qualche ora e trovarsi tutti nelle medesime condizioni di leggerezza mentale. Si fanno spesso riferimenti a contesti filosofici o religiosi, tutti pronti a condannare queste situazioni di piacere personale; tutto quanto porta a piacere personale, secondo varie scuole di pensiero, e' da intendersi come manifestazione di egoismo oppure come astrazione dalla realta' contingente, in cerca di una situazione tanto migliore quando fugace.

Nel caso particolare del Cristianesimo, molto si e' detto e molto si e' abusato di questo, predicando il digiuno e l'astinenza. Se pero' andiamo ad analizzare il testo biblico, troviamo non pochi riferimenti all'alcool, di cui alcuni narrativi, altri positivi e altri ancora negativi: il concetto e' quello di rinunciare all'eccesso, se questo eccesso implica la penuria per altri. San Paolo dice chiaramente "Fratelli, quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? (...) Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri". (Prima lettera ai Corinzi, XI, 20-33) In altre parole, se c'e' abbondanza per tutti, e se c'e' motivo, non e' necessario imporsi strane rinunce o limiti stoici.

Mi ha sempre fatto riflettere il passo delle nozze di Cana, spesso visto come 'la trasformazione dell'acqua in vino', miracolo che sembra tanto stravagante quanto inutile (sicuramente meno delle risurrezioni di Lazzaro o della figlia di Giairo, o delle folle sfamate moltiplicando pani e pesci). In particolare, subito dopo che Cristo ha trasformato l'acqua in vino (ovverosia, fuor di metafora, qualcosa di comune in qualcosa di prezioso), il "maestro di tavola" dice allo sposo "tutti servono dapprincipio il vino buono e poi, quando sono un po' brilli, quello meno buono. Tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono".

Rendetevi conto.

Il pranzo di nozze dura da un po' di tempo, ci sono decine e decine di invitati, il vino viene a mancare: gravissima pecca, significava che gli approvvigionamenti non erano stati sufficienti, significava una ricca figura di palta per l'ospite. Ma visto che tutti erano "un po' brilli" probabilmente si sarebbe potuto passare sopra questo incidente di percorso.

E tra gli invitati c'era un signore di Nazareth, venuto con la madre.

Occhio, il termine "signore di Nazareth" non e' usato a caso: questo signore era un uomo, in carne e ossa, che era felice e triste, aveva mal di testa e mal di stomaco, aveva fame e sete, conosceva la gioia, il dolore la paura. E di li' a poco avrebbe conosciuto anche la morte. Tutte cose che nella teologia tradizionale vanno troppo nell'ombra del fatto che "tanto lui era Dio".

Dicevamo, questo signore di Nazareth, che stava ancora svelando al mondo le sue parentele con i piani alti ma che non aveva esitato in tempi precedenti a predicare la morale e a suggerire un comportamento piu' morigerato, che cosa fa?

Si erge forse a dire "no, ne avete avuto abbastanza, adesso basta"

No.

"State attenti che non sapete ne' il giorno ne' l'ora"?.

No.

Lui prende i contenitori piu' grossi che ci sono, pieni di acqua. Acqua per lavarsi, beniteso, non acqua da bere. E la trasforma.

In vino.

Tanto vino.

E vino buono. Il migliore servito in tutta la cena.

Come a dire, in questo momento e' giusto che noi si stia bene, e' giusto che questo clima conviviale si mantenga, e' giusto che si stia allegri. Per il resto ci sara' tempo dopo.
Ci penseremo domani.


Saluti. E buona Pasqua.

Cente

PS: La filosofia fondamentale di quest'uomo era estremamente semplice: lui aveva detto "signori, e' inutile che stiate a impazzire con tremila regole e regolette, comandamenti e insegnamenti, terrore e maledizioni. Una sola cosa e' importante: che vi vogliate bene. Dovete voler bene a chi vi circonda almeno quanto ne volete a voi stessi. E' tutto qui, e' semplicissimo!".
Qualche anno dopo, questo signore fu appeso a un pezzo di legno in cima a una collina. Abbiamo sufficienti fonti storiche che lo comprovano, al di la' delle questioni di fede.
Ma per essere sicuri che non scappasse, invece che legarlo come di prammatica, lo appesero.
Con dei chiodi.
Non si sa mai.
Tutto sommato, all'uomo piace molto soffrire e non vuole esserne liberato.
Neanche per il tempo di una sbronza.

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Cementino & Golosino (c) 2004/2006 -Enrico Clementel & Marco Agustoni - Articles by Carlo Mario Centemeri

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