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Cronache di Paciughia -III


Mentre il castello di Sbragàdia tremava delle grida omofobe del Barone, il castello di Paciùghia stava quietamente immobile.

Stava immobile quasi sempre, a dire il vero, ma non sempre così quietamente. ll castello si trovava al centro di un boschetto ameno, popolato per lo più da simpatici scoiattoli e teneri leprottini. Non mancavano le folaghe, i pettirossi, i cardellini. E le poiane, che si mangiavano tutti gli altri.

La location era ideale: fresca d'estate, riparata d'inverno. Il fossato si riempiva grazie a un pigro ruscello, nel quale ci si poteva bagnare piacevolmente nei giorni più afosi. Tuttavia, il mite stormire delle fronde, il dolce canto dei cardellini e soprattutto il cacofonico stridìo delle poiane in caccia erano solitamente coperti dai confortanti suoni industriali provenienti dal castello: il clangore del maglio sulla spada rovente, il clangore delle armature dei soldati di pattuglia, il clangore dei boccali di peltro nella taverna. Il castello di Paciùghia clangorava. Clangava. Clava. Era clangoso.

Costruito dal primo Conte, Terabonzio, circa duecento anni prima degli eventi narrati in queste cronache, il castello era dotato delle strutture di un tipico castello regolamentare, quali fossato, ponte levatoio, mura con merlature, quattro torri e ogni altro genere di difesa militare. Ospitava altresì una guarnigione piuttosto nutrita, e tutta una serie di facilities correlate:
la bottega del mastro maniscalco Uguccione, per ferrare i cavalli dell'esercito,
la fucina del fabbro Lestomaglio, per armare i soldati,
e la taverna di Fratel Semoit, per rinfrancarne lo spirito.

Quest'ultimo era un monaco trappista belga, emigrato dalla sua terra natia per alcuni imprecisati, e, si diceva, spiacevoli eventi capitatigli nel suo precedente monastero.

Sembra che il pio frate avesse apposto il suo nome su alcune bottiglie di birra doppio malto particolarmente ben riuscite, pianificando poi egli di berle alla salute di Nostro Signore in occasione dei festeggiamenti della successiva Pasqua. Si diceva anche che l'abate del tempo fosse un figlio cadetto di famiglia nobile, collocato in quella posizione dal padre per motivi politici e poco avvezzo alle rigide regole del convento. Il giovane abate, come spesso accadeva anche per i nobili dell'epoca, aveva poca familiarità con la parola scritta.
In questo lungo aneddoto, subito prima della parte in cui Fratel Semoit fa fagotto in fretta e furia e si trasferisce a Paciùghia, compaiono anche due bottiglie vuote, una nobile testa di fresca tonsura e una panca di frassino lunga un pajo di metri.

Un esercito non può difendere i confini senza una cavalleria ben ferrata, nè può tenere le mura del castello senza spade affilate, ma senza un buon bicchiere di birra a fine giornata, un esercito non può neanche alzarsi dal letto, ed è per questo che Fratel Semoit trovò immediatamente una collocazione tra lo staff del contado.
Già che c'era, quando si ricordava, svolgeva anche mansioni di cappellano. Così, a tempo perso.

Certo, non era una fortezza inespugnabile, il castello, ma non era neanche una semplice stamberga turrita. Le stanze erano tante, ma non troppe, ed erano spaziose e ariose, in virtù di soffitti alti il giusto. Le mura erano spesse, ma il giusto. Le torri erano alte, ma non vertiginosamente alte, diciamo alte il giusto.
Era un castello di media grandezza, ragionevolmente ben progettato e realizzato. Una caratteristica, bisogna dirlo, comune a molti degli edifici costruiti all'epoca in cui si svolgono queste Cronache. Quale che fosse la loro destinazione d'uso, teatri, templi, palazzi, vespasiani, erano tutti di proporzioni ragionevoli, e decorati il giusto.

Il motivo è, ovviamente, che un edificio costruito con ragionevoli proporzioni, con misure non troppo piccole nè troppo grandi e senza stramberie eccentriche è molto più facile da descrivere a chi non l'ha visto.
Raccontate a qualcuno che avete visto una colonna alta esattamente 13.57 metri, con un capitello allegorico raffigurante rospi e tucani, di marmo rosso con screziature fucsia, e quello ci penserà su parecchio tempo con fatica per raffigurarsi tutti i dettagli. Raccontategli invece che avete visto una colonna alta il giusto, con un capitello tipico e fatta di un marmo di colore ragionevolmente rosso, e quello si farà all'istante una sua immagine mentale dell'oggetto, senza pensarci.
Certo, l'immagine e la realtà saranno simili tra loro come un ditale umido e una vasca da bagno, ma almeno l'interlocutore sarà contento, perché non avrà dovuto pensare. Le persone odiano pensare. Le fa sentire infelici.

Ad esempio, quando poco sopra si è definito il castello di Sbragàdia esagonale, numerose domande si saranno affollate contemporaneamente nella testa del lettore, senza prendere il numerino nè tantomeno facendo una fila ordinata. Ad esempio: "Come mai proprio esagonale?", oppure: "Si rivelerà essenziale più tardi nella storia, altrimenti perché specificarlo così precisamente?", ma soprattutto "Cosa si era fumato il Mastro Architetto?".

L'autore di queste Cronache si è reso conto di questo disagio e dello sforzo immaginativo richiesto dalla summenzionata descrizione del Castello esagonale di Sbragàdia, e dato che l'aggettivo 'esagonale' è stato messo tanto per aggiungere un finto livello di profondità, l'autore giura che non lo farà mai più e spera che la descrizione appena fornita del castello di Paciughia abbia lasciato il lettore più riposato e contento.
Non sconvenientemente contento, diciamo contento il giusto.

Ovviamente, un castello di ragionevoli proporzioni può ospitare nelle sue stanze il padrone delle terre, i suoi soldati e pochi altri. Gli abitanti delle terre in questione, gli onesti contribuenti, abitavano in genere al di fuori del castello, ad una ragionevole distanza, nè troppo lontano nè troppo vicino, il giusto.
Contadini, commercianti, mendicanti, animali domestici, tutti vivevano in case sparse nei campi attorno al castello ad una distanza ragionevole, come briciole sparse su una tovaglia a scacchi. Tutti, escluse le poiane, che vivevano libere nel bosco e andavano e venivano e facevano felici i loro pennuti comodi.

Non c'era pericolo per i contandini in caso di guerra, giacché durante quegli anni di più cavallereschi usi e costumi, ce le si dava solo tra soldati. Si sa. I soldati muovevano tendenzialmente tra un castello e l'altro lungo linee tracciate col righello sulle carte del regno, si mutilavano un po' a vicenda, e poi se ne tornavano a casa a battaglia finita lungo la stessa linea retta, forse solo un po' barcollanti.
Come si è detto, e come si ripete qui non senza un sospiro di nostalgia, a quei tempi era tutto più facile.
Ma stiamo nuovamente divagando.

Nella torre più alta di questo ragionevole castello, il nono conte aveva appena finito di spiegare mestamente la situazione a suo fratello minore. Man mano che il primo proseguiva nel racconto, il secondo si scuoteva progressivamente dal torpore, forse per l'effetto di un improvviso picco di adrenalina dovuto all'agitazione.
Arrivato al punto in cui Lordo sbagliava clamorosamente il colpo col suo ferro nove e mandava al tappeto il Barone con la pallina incastrata nel cranio, Bavio era ormai in grado di partecipare attivamente alla conversazione battendosi rumorosamente il palmo in faccia. I suoi contributi alle discussioni erano in genere limitati a rumori corporali di varia fonte e sonorità.

"Ma... mannaggia alle poiane, Lordo, è terribile!! Siamo spacciati!"
Malgrado i punti esclamativi, Bavio aveva così tanto mal di testa che si potè solo permettere di sussurrare la frase di cui sopra. Ma lo fece comunque in modo enfatico.
"Ho paura di sì - confermò mogio il Conte - questa volta ho proprio paura di sì."

Con l'ingresso del fratello cadetto nella conversazione, il monologo era finito. Il Conte si arrestò davanti alla finestra, intento, sembrava, ad ispezionare la nebbia con occhi stanchi.
Il movimento altalenante del Conte davanti ai suoi occhi aveva fino ad allora consentito a Bavio di ingannare il suo cervello, giustificando e mascherando le altrettanto altalenanti sensazioni del suo stomaco; sicché, una volta fermatosi Lordo, Bavio ebbe urgentemente bisogno di qualcos'altro di oscillante davanti ai suoi occhi. Con un rapido cambio di sistema di riferimento Bavio iniziò goffamente a camminare avanti e indietro con gli occhi fissi sul Conte ormai immobile.
"Quando tornano i soldati?" chiese abbassandosi di scatto di 20 centimetri, per convincere il suo cervello che era quello il motivo per cui certe cose spiacevoli stavano risalendo il suo esofago.
"Sono tutti in ferie, lo sai. Non rientreranno prima di un mese. Il castello è vuoto e vulnerabile più che mai."
"Orco drago... ma il coso, lì, l'oste! L'oste c'è, c'era ieri sera! Stavo festeggiando con i soldati in partenza e lui..."
"D'accordo, Frate Semoit c'è - interruppe Lordo, sempre ingobbito e malinconico davanti alla finestra - te lo concedo, ma che differenza fa? Come mastro birraio è certamente competente, ma come guerriero, Bavio, sospetto sia meno che mediocre."
Bavio stava cercando di ondeggiare in risonanza con alcuni oggetti nel suo stomaco, descrivibili a grandi linee come "scoiattoli ipercinetici in fiamme". Si sforzò di assentire con un cenno del mento. A guardarlo in controluce ricordava vagamente una danzatrice orientale.
Tuttavia, Bavio conosceva il frate meglio del suo augusto fratello, e non era d'accordo con lui. Era stato testimone di diverse risse tra ubriachi, e Fratel Semoit le aveva sedate sventolando distrattamente una panca di frassino come se fosse uno spolverino di piume.
Il nono Conte continuò: "Quanto a Mastro Lestomaglio e Mastro Uguccione sono allenati, certo, sanno come maneggiare le armi contundenti e possono anche farsi onore in battaglia... ma sono pur sempre in due. Dobbiamo rassegnarci, Bavio. È una questione di numeri. I numeri sono contro di noi."

Mentre la situazione nel suo stomaco passava da "Calamità imminente" a "Si sconsiglia l'accesso ai non addetti ai lavori", Bavio decise che non ci stava. In parte perché lui di numeri ci capiva quanto un coleottero con l'Alzheimer, ma soprattutto per via del suo spirito ribelle e guerriero: il Conte aveva sì ereditato il castello e le proprietà, ma l'indole brava e spavalda del loro defunto padre era passata tutta a Bavio, lasciando poco spazio per quisquilie come l'intelligenza, l'aritmetica o il buonsenso.
"No, fratello!- Bavio interruppe la sua strana danza anti-rigetto, battendosi sul palmo con il pugno chiuso - non ti puoi permettere di fare il disfattista lagnoso! Questo è il castello di nostro padre, e di suo padre prima di lui, e così via fino al bis-bis-bis-bisnonno Terabonzio. Dobbiamo fare qualcosa!"
Il Conte si scosse dalla sua apatia piagnucolante, un po' risentito per il tono del fratello: "Bavio, non voglio smorzare i tuoi entusiasmi, ma cosa possiamo fare? Mandiamo Uguccione e Lestomaglio in avanscoperta contro i diecimila uomini di Magnopardo? E con i sopravvissuti novemilanovecentonovantotto soldati nemici cosa facciamo? Li insultiamo per farli piangere?"
"Va bene, ora come ora non so che cosa possiamo fare, fratello. Ma quel che voglio dire è che non possiamo rassegnarci, lasciar perdere tutto e guardare la fine che arriva da lontano, qui dalla finestra! Dobbiamo difendere il castello. Anche da soli! Lo dobbiamo alla memoria di nostro padre, andiamo, pensiamoci insieme!"

Qui si interruppe un attimo, per lasciare tempo al fratello di ribattere ma soprattutto per via di un ruttino che doveva assolutamente fare per far spazio nel suo stomaco.
Il Conte aveva distolto lo sguardo dalla finestra e ora lo guardava in silenzio, come un cane bastonato: "Qualche brillante idea, Bavio?"
"Beh, dunque, eeeh... C'è mica modo di richiamare l'esercito?"
"Ti ho già detto che sono tutti in ferie."
"Eh, e io ho capito, mica sono scemo. Solo, ho pensato che se devono scegliere tra tornare subito e tornare dopo, quelli tornano subito, secondo me."
Il Conte, con un sospiro, si voltò nuovamente a guardare la nebbia.
"E come mai, di grazia?"
"Beh, direi... burp... ossantinumi... - Bavio riprese immediatamente a muoversi come un salmone in risalita. "Spiegheremo loro che se non rientrano subito non ci sarà più un posto di lavoro ad aspettarli al loro ritorno. Solo macerie fumanti - pausa ruttino, - e nessuno vuole vivere tra le macerie fumanti. A parte forse i topi. E le poiane. Ovvio che se poi arrivano le poiane, i topi se la filano, mica scemi. Tra parentesi, fratello, sei stato tu a mangiare la carne di manzo che ho lasciato in cortile a seccare al sole? Perché secondo me sono quei dannati uccelli che se la sono svolazzata qui a farsi i loro comodi, e non è nemmeno la prima volta! Pensa che la settimana scorsa, Gianchetto, il butterato che lavora dal maniscalco-"
"Bavio."
"Eh?"
Il Conte, nuovamente rivolto alla finestra, lo guardava da sopra la spalla. I suoi occhi avevano un'espressione un po' meno apatica. Certo, non aveva ancora ritrovato il suo nobile entusiasmo, ma una fievole fiammella di speranza si stava riaccendendo, in fondo in fondo.
"Mmh. Questa di richiamare l'esercito può funzionare. Se mandiamo due messaggeri al galoppo forse troviamo qualcuno. Sono partiti da poco, non possono essere lontani, se cerchiamo in tutte le bettole di tutte le città dei dintorni ne troveremo almeno quattro su dieci."
"Uh, e per quanto riguarda i restanti sei su dieci?"
"I bordelli."
"Ah, giusto."

Una bozza di piano sembrava prendere forma.

"Dopodiché? Ci metteranno almeno un giorno ad arrivare. Dobbiamo trovare un modo di resistere fino a sera. Forza, Bavio, pensa, pensa!"

Anni prima, quando chino sulla pergamena Bavio cercava disperatamente di completare operazioni avanzatissime tipo "4+4", "6+2" oppure "Scrivere nome e cognome in calce al compito", il suo precettore usava stare in piedi alle sue spalle, ad osservarlo. Bavio sentiva i suoi occhi sulla sua nuca, con fastidio. Cercava di rispondere alle domande con diligenza, soprattutto per poter quanto prima finire e tornarsene a rincorrere le lucertole, ma l'incombente presenza alle sue spalle lo deconcentrava. Il saggio dottore cercava unicamente di stimolarlo, di aiutarlo, ma era figlio di un'altra epoca. La summa dell'esortazione pedagogica era rappresentata dalla frase "Pensa, Bavio, pensa!", ripetuta ossessivamente minuto dopo minuto. La sensazione che provava Bavio era quella di avere un pappagallo in palandrana appollaiato su una spalla. Si sentiva molto inadeguato, dato che palesemente l'intero ambaradan sembrava congegnato per favorire la sua concentrazione ma su di lui otteneva esattamente l'effetto opposto.

Forse fu l'esortazione pronunciata dal fatello, che agì come una madeleine verbale, forse l'istinto di sopravvivenza, o forse semplicemente l'acquisita consapevolezza che non avrebbe potuto smaltire i postumi con calma nel pomeriggio, come avrebbe voluto. Fatto sta che in quell'istante, nella spaziosa testa di Bavio, accadde qualcosa di fantastico.
Sinapsi impolverate cercarono sul manuale e ricordarono come connettersi. Deboli scariche elettriche percorsero nuovamente percorsi in disuso da anni, pieni di buche ed erbacce che crescevano tra le crepe. Connessioni, immagini... pensieri si mossero da un lato all'altro, salutandosi vicendevolemente, raccontandosi rapidamente come gli era andata negli ultimi sedici anni ed infine, esauriti i convenevoli, si radunarono in ampie sale riunioni, riempiendo lavagne e cartelloni di schemi e disegnini, sorprendentemente per lo più NON sconci.
"Fratello, - sussurrò Bavio, improvvisamente fermo e dimentico del suo stomaco - ho un'idea."

... la cronaca continua ...
Avviso importante: il signor Sean Connery è pregato di smetterla di fare gag sulla presunta esuberanza sessuale di suo cugino.

Cementino & Golosino (c) 2004/2006 -Enrico Clementel & Marco Agustoni - Articles by Carlo Mario Centemeri

Per gli insulti misti:
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