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!-- cementino 2008-09-28 //--


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"Delle imprese d'armi e di boccali"

"Trinca trinca trinca..."


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Delle imprese d'armi e di boccali

Durante gli ultimi festeggiamenti per il raggiunto obiettivo di un conto di superalcolici da pagare a nove zeri, Cementino e Golosino hanno bevuto grandi boccali di birra ed hanno cantato e ballato per tutto il Covo. A causa dello scarso equilibrio residuo, i due idioti sono caduti nelle cantine del Covo, da cui sono riusciti ad uscire solo dopo due settimane di esplorazione. E non perché fossero incredibilmente sbronzi, o meglio, non solo. Sotto al Covo, i due idioti hanno scoperto una rete di catacombe medievali piene di scheletri di vecchi monaci amanuensi, vecchie cantine per l'invecchiamento del vino, e enormi sale di lettura ricolme di incunaboli e altri documenti preziosissimi.
Dopo aver analizzato la qualità delle vecchie pergamene, soprattutto in base all'indice QuEFFAC, ovvero Quanto È Facile Farci un Aeroplanino di Carta, i due, sempre idioti, hanno scovato un interessante manoscritto decorato recante le cronache di una landa dimenticata di un tempo che fu, e hanno pensato di usarle per lavorare meno sul produrre contenuti del sito.
Ne riportiamo quindi il testo integrale, acciocché possa illuminarci su un periodo storico altrimenti dimenticato.
Cominciano quindi qui le Cronache di Paciughia.



"Sono come i postumi di una bevuta colossale", borbottava il Conte osservando le nebbie oltre il fossato. La sua voce era roca. Il tono sommesso e lamentoso.
Suo fratello Bavio lo sentiva a malapena, e non sapeva se considerarsi interlocutore o piuttosto spettatore silenzioso di un monologo interiore. Il Conte era depresso. E quando era depresso, diventava noioso.
Non era un problema secondario, perché il giovane Bavio, lui, i postumi di una bevuta colossale li soffriva davvero. La torre più alta del castello era fredda, come ogni alta torre di castello che si rispetti, e piena di spifferi che si infiltravano nelle pareti, attraverso le fessure. Queste ultime erano tali e tante che veniva da chiedersi per quale misteriosa e arcana magia la torre stesse in piedi.
Nota mentale, si disse Bavio: ricordarsi di bruciare il mastro muratore per stregoneria.
Così, per non saper leggere nè scrivere.

Che poi, continuava a riflettere, in effetti lui a leggere e scrivere mica era tanto bravo.

Spifferi, spifferi, spifferi. E un mal di testa trapassante.
Quando era piccolo Bavio pensava che gli spifferi fossero animali bizzarri, velocissimi e freddissimi, e che si sentissero d'inverno ma non d'estate perché d'inverno passavano il tempo ad inseguirsi, poiché andavano in calore. I freddi spifferi che vanno in calore. Aveva raccontato questa fantasia al suo precettore, che aveva riso, e gli aveva detto "Arguto gioco di parole, Bavio!".
A distanza di anni, Bavio ancora si chiedeva quale fosse mai il gioco di parole.

Insomma, era una umida e fredda mattina invernale, piena di spifferi che cercavano forsennatamente di copulare, e Bavio stava pensando che si sentiva tipo quel tizio romano che si era fatto chiudere in una botte e poi si era spassosamente fatto precipitare giù da qualche posto molto alto. In effetti, l'esperienza di Bavio della sera precedente differiva da quella del tizio romano per il solo particolare che la sua botte era piena di birra, e aveva dovuto bere tutto per respirare. L'ultima cosa che avrebbe voluto in quel momento era stare impalato, in piedi, mentre suo fratello Lordo, nono conte di Paciughia, faceva i cento passi davanti alla finestra della torre, guardando in basso mestamente e alla ricerca di qualche poetica metafora per descrivere l'umidità condensata che saliva pigramente dal fossato...
"E' come dopo una sbronza colossale. Al mattino presto sei ancora immerso nei fumi, ma col passare delle ore la nebbia si dirada. E quando si dirada... ti senti ancora peggio, e vorresti altra nebbia per sfumare i contorni ed ovattare i suoni. E ti dici che non lo farai mai più."
Pausa sospiro. Spalle basse.
Bavio in piedi. Spifferi. Postumi. Mastro muratore flambé.
"Come chi prega solo quando è nelle peste. Non sei d'accordo, Bavio?"
Qualcuno, un superstite nel cervello di Bavio, gli suggerì che quello poteva esssere un buon momento per rispondere cortesemente, accennando poi di sfuggita alle sue temporanee difficoltà di concentrazione, per concludere domandando al fratello di venire cortesemente al punto acciocché lui poi potesse sbragarsi in un angolo a smaltire.
Bavio seguì il suggerimento e proruppe in un eloquente:
"Mh."
Non era un granché, ma a lui suonava comunque molto espressivo.
In ogni caso, Bavio avrebbe avuto difficoltà a seguire il discorso anche da sobrio. Se fosse stato lì, e non in un ospizio sulle pendici del monte Glaxo, il suo precettore gli avrebbe spiegato che l'elaborato discorso in chiave del nono conte alludeva al fatto che presto il sole si sarebbe trovato alto nel cielo, e avrebbe scaldato debolmente le terre di Paciughia. E, una volta dispersa la nebbia, all'estremità sud della contea il nobiluomo avrebbe distinto i fumi dei fuochi da campo e l'avanzata delle armate dei suoi nemici.
Di lì a poche ore, forse la sera stessa, le forze di Sbragàdia avrebbero raggiunto il fossato -temporaneamente secco per l'annuale scrostatura delle alghe- gettato i ponti e assaltato il castello.
La fitta nebbia, per quanto fredda e umida e spiacevole e tutto il resto, almeno stendeva un pietoso velo d'oblìo su tutto quanto.
Come una sbronza colossale.

A quei tempi, era tutto più semplice. Funzionava così: Se avevi qualcosa da ridire con qualcuno, lo ammazzavi.

Ad esempio, due anni prima Lordo aveva sbagliato a spedire gli auguri natalizi, scatenando una guerra civile di proporzioni bibliche. Per dare le proporzioni del conflitto, diremo solo che, alla fine delle ostilità, a governare il regno non era nè il Re nè il Papa, bensì un tucano sacro con un occhio di vetro.

La settimana precedente, i sindacati dei suoi soldati erano giunti ad un accordo e si erano presentati con ordine del giorno comprendente, tra le altre cose:
- ferie arretrate;
- reclami sulla qualità della carne secca;
- desideri di welfare che non riuscivano ad esprimere correttamente perché ancora nessuno aveva inventato il welfare.

Per tenerseli buoni, Lordo aveva proclamato una settimana di ferie. La guerra era finita da un pezzo, era inverno, nessuno aveva voglia di menare le mani e soprattutto nessuno dei vassalli suoi vicini l'avrebbe saputo.
Fu così che lunedì mattina le caserme si svuotarono.
Lunedì pomeriggio Lordo giocava a golf col barone di Sbragàdia.
Lunedì sera il barone si faceva estrarre una pallina da golf dalla fronte, mentre dettava allo scrivano la dichiarazione di guerra.
Ed ecco perché, in quella mattina d'inverno, circondati da spifferi arrapati, il Conte e il fratello cadetto si trovavano in cima ad una torre, immersi l'uno in pensieri cupi e l'altro nell'Idea platonica di postumi della sbronza.

... la cronaca continua ...
Avviso: cercasi.

Cementino & Golosino (c) 2004/2006 -Enrico Clementel & Marco Agustoni - Articles by Carlo Mario Centemeri

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